Fotografie liberate

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    Pierre-Louis Pierson, Scherzo di follia, 1863-66
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    Pierre-Louis Pierson, Le pé, 1894
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    Alfred Stieglitz, Dalla finestra sul retro, 1915
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    Alfred Stieglitz, Georgia O’Keeffee – Mani, 1917
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    Lewis Hine, Lunedì 9 maggio 1910, 11 di mattina, ragazzini che vendono i giornali a Skeeter’s Branch. Fumavano tutti, 1910
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    Lewis Hine, L’addetto alla caldaia, 1921
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    Lewis Hine, Empire State Building, 1930 ca.
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    Alphonse Bertillon, Nicolas Deliège, 19 anni, tagliatore d’abiti, anarchico
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    Julia Margaret Cameron, Julia Jackson, 1867
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    Frederick Dellenbaugh, Banane, 1908
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    Felice Beato, Yokohama, 1864-65
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    Peter Henry Emerson, Raccolta del fieno di palude, 1886
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    Frank Eugene, Le diplomande, 1913

C’è il feet selfie della Contessa di Castiglione, la disinvolta bellezza inviata da Cavour a perorare la causa dell’Italia alla corte di Napoleone III, scattato con l’aiuto dell’amico Pierre-Louis Pierson.

E Scherzo di follia, uno dei ritratti più noti ed iconici di sempre, altro frutto del sodalizio tra il fotografo francese e la nobildonna italiana.

Il seno nudo della pittrice Georgia O’Keeffee, la madre del modernismo americano, in uno scatto del marito Alfred Stieglitz, fondatore della “Photo-Secession”, il movimento che cercò di avvicinare la tecnica fotografica a quella pittorica.

Le foto di denuncia di Lewis Hine, che documentò il lavoro minorile per promuoverne l’abolizione e testimoniò la vita degli operai nelle fabbriche e nei cantiere in scatti raffinatamente composti che hanno plasmato l’immaginario collettivo e ispirato altre opere d’arte, come “Tempi moderni” di Charlie Chaplin.

La galleria di anarchici di Alphonse Bertillon, inventore dell’antropometria giudiziaria e delle foto segnaletiche.

Le dolci allegorie vittoriane di Julia Margaret Cameron, la prima fotografa a usare lo sfocato come tecnica.

E poi sorprendenti istantanee d’atmosfera, street photography, esperimenti con il colore e le impressioni multiple, paesaggi esotici, ritratti di celebrità e sconosciuti ad opera di autori famosi o geniali amatori.

Tutto questo, da qualche mese, è disponibile gratuitamente, in alta risoluzione e per qualsiasi utilizzo, sul sito del Metropolitan Museum of Art di New York, che ha reso accessibili con licenza Creative Commons Zero (CC0) all’incirca 375.000 riproduzioni di opere d’arte, più di 10.000 delle quali sono fotografie.

Il MET ha così seguito l’esempio di altri importanti musei come il Dallas Museum of Art, il Getty Museum, il Los Angeles County Museum of Art (LACMA), la National Gallery of Art di Washington e il Rijksmuseum di Amsterdam.

Su Rijksstudio, il sito che permette di guardare le riproduzioni digitali di centinaia di migliaia di opere d’arte conservate al Rijksmuseum, e scaricarne liberamente la maggior parte, ci sono all’incirca 8.000 fotografie, molte delle quali però non sono disponibili per il download perché protette da copyright.

Il LACMA, invece, ha poco più di un migliaio di immagini in alta risoluzione liberamente scaricabili su un corpo di più di 15.000 fotografie.

Mentre la prestigiosa National Gallery of Art di Washington ha solo 649 fotografie in pubblico dominio su una collezione di 45.000 riproduzioni di opere d’arte open access.

Nessun’altra istituzione, quindi, ha una raccolta di fotografie in pubblico dominio che possa competere con quella del Metropolitan di New York per quantità e qualità.

Lo scopo principale di questa grande operazione di condivisione, secondo quanto espresso dal direttore e CEO del MET, Thomas P. Campbell, durante la conferenza stampa che l’ha annunciata, è di rendere facilmente fruibile, da chiunque e in qualunque parte del mondo, una parte del patrimonio artistico mondiale custodito nel museo di New York.

E, poiché la maggior parte di queste opere non sono esposte, pubblicarle in alta risoluzione sul sito è anche un modo per agevolare enormemente gli studenti e gli studiosi di storia dell’arte e fotografia.

Ma non solo, la licenza CC0 prevede infatti la possibilità di ripubblicare in qualsiasi contesto e di utilizzare in qualunque modo un’opera, senza citare l’autore originario né corrispondere un compenso e addirittura di modificarla a proprio piacimento.

Un’invito alla creatività, secondo la direzione del MET, che ha ricevuto consensi entusiastici negli Stati Uniti e nel mondo scientifico e accademico, ma anche una presa di posizione nel dibattito sul copyfraud. Questo termine, coniato nel 2005 dal professore americano di diritto Jason Mazzone, sta a indicare la falsa pretesa di titolarità di copyright su materiale che, secondo la legge statunitense, dovrebbe essere in pubblico dominio. Ovvero qualsiasi opera creata prima del 1923, o il cui autore sia deceduto da più di settant’anni, oppure, nel caso di un’opera specificamente commissionata da un’azienda, novantacinque anni dopo la prima pubblicazione.

Il gesto del MET appare sicuramente innovativo e un po’ estremo qui in Europa. Infatti buona parte dei musei europei si riserva la possibilità di guadagno derivante dalla cessione dei diritti di riproduzione dei beni culturali che custodisce, sia a scopo editoriale che commerciale, benché la legge dell’Unione Europea sul diritto d’autore stabilisca che un’opera d’arte (testo, dipinto, scultura, fotografia, ecc) diventi di pubblico dominio dopo settant’anni dalla morte del suo autore.

Si può ragionevolmente presumere che ciò accada per aiutare i musei a sostenere i costi delle riprese fotografiche e del mantenimento di siti internet con gallerie di immagini e database, o in generale a finanziare la gestione. Così come ha sostenuto la National Portrait Gallery di Londra nella disputa avuta nel 2009 con Wikimedia Foundation riguardo a una presunta violazione di copyright.

Ma è anche probabile che l’idea di sacrificare il riconoscimento dell’autorialità ci sembri un po’ blasfema. La legge italiana, ad esempio, non ha recepito la licenza CC0 perché, secondo il nostro ordinamento, non si può rinunciare ai diritti morali su un’opera dell’ingegno.

Eppure la difficoltà di perseguire efficacemente ogni violazione (vera o presunta) di copyright, le differenze tra le legislazioni nazionali e le istanze degli ambienti scientifici e accademici che promuovono invece l’utilizzo di licenze che favoriscano la condivisione delle idee e rendano il più libera possibile la cultura, potrebbero spingerci a rivedere le nostre posizioni sul pubblico dominio.