Immagini che non mentono

La fondazione World Press Photo ha dato inizio all’edizione 2015 della competizione fotografica più famosa al mondo. Oltre a una nuova categoria, “Long term project”, ovvero un progetto fotografico che abbia impegnato l’autore per almeno tre anni, la giuria del premio ha disposto una nuova regola per i partecipanti: l’invio del file originario di ogni scatto in gara, così come registrato dalla macchina fotografica.

A corollario di quest’ultima novità la fondazione ha presentato un’interessante ricerca sull’Integrità dell’immagine realizzata da David Campbell. Vale la pena accennare ai punti salienti di questo stimolante documento e rifletterci su.

Se è vero che la fotografia, fin dagli albori della sua storia, è stata utilizzata come strumento di propaganda, ed è quindi stata soggetta a manipolazioni e interpolazioni che la rendessero efficace allo scopo prefissato, è altrettanto vero che da sempre ci si aspetta dalla fotografia giornalistica e documentaria un certo grado di oggettività o veridicità.

Questa aspettativa è stata puntualmente messa in discussione da critici e teorici del mezzo: già nella scelta dell’inquadratura si operano delle esclusioni e si manipola la realtà.

L’avvento della fotografia digitale ha complicato ulteriormente le cose, poiché non esiste più un originale fotografico riproducibile in serie – il negativo – ma un insieme di dati elaborati tramite un algoritmo, che hanno successivamente bisogno di un procedimento informatico per assumere l’aspetto di un’immagine.

Come nota perentoriamente Campbell, solo un terzo dei campioni catturati dalla fotocamera in un’immagine a colori sono veri, i restanti due terzi sono “calcolati” dal software, quindi i due terzi dei pixel di una foto digitale sono di fatto falsi.

Come fare dunque a parlare di autenticità di uno scatto, soprattutto nel campo del fotogiornalismo?

La fondazione World Press Photo ha coinvolto nella ricerca gli addetti ai lavori di diversi paesi del mondo (in rappresentanza di tutti i continenti) e ha ricavato un breve codice etico che tutti condividono e sostengono di applicare.

Le foto di news o documentarie non debbono subire manipolazioni volte ad aggiungere o togliere contenuti, le correzioni debbono essere “marginali” e ispirarsi agli aggiustamenti realizzabili in camera oscura, non ci possono essere “eccessivi” cambiamenti.

Ed è proprio qui che ha inizio la “zona grigia”: chi e come stabilisce cosa è marginale e cosa eccessivo? Pochi si preoccupano di darne spiegazione per iscritto.

Inoltre il riferimento alle tecniche di camera oscura appare del tutto inappropriato e quasi derisorio, sia per la sostanziale differenza tra foto analogiche e digitali, sia perché la lavorazione  in camera oscura ha da sempre permesso di produrre falsi fotografici.

Spesso la differenza di sensibilità tra gli spettatori ha generato grandi dibattiti su quanto pratiche comuni come lo scurire o lo schiarire dei particolari di una foto, aggiungere una vignettatura o correggere i colori rendano un’immagine più o meno aderente alla realtà.

Per scoprire eventuali manipolazioni in file digitali le grandi agenzie di news e la stessa fondazione World Press Photo hanno utilizzato appositi software e si sono avvalse della consulenza di esperti informatici forensi. Se questo tipo di indagini sono utili in casi controversi, non possono comunque rappresentare la prassi di lavoro quotidiano nelle redazioni di tutto il mondo.

Per questo motivo David Campbell conclude la sua ricerca con una proposta di lavoro per i fotografi professionisti e per i redattori di agenzie e giornali.

Ovvero la creazione di un open digital audit trail, una traccia digitale aperta del lavoro del fotografo che permetta una facile e veloce verifica a chi utilizza l’immagine. Questa dovrebbe includere: informazioni sui precedenti lavori dell’autore, un progetto dettagliato in cui non manchino riferimenti alla logistica e ai contatti presi, i file immagine originari contenenti i metadati EXIF/IPTC e la geolocalizzazione.

Insomma un fact checking scrupoloso fornito a priori dai fotoreporter e che la fondazione inizia a promuovere proprio introducendo la regola della presentazione dello scatto originario, il file RAW, insieme all’immagine JPG corretta secondo la sensibilità dell’autore, nell’ottica degli aggiustamenti marginali.

L’ipotesi dovrebbe essere alla portata di tutti dal momento che implicherebbe semplicemente una buona archiviazione di tutti i documenti inerenti a un progetto fotografico, che potrebbe essere presentata a richiesta insieme al reportage finito.

Probabilmente adottare questo sistema non eliminerebbe il problema della manipolazione delle foto di attualità, ma potrebbe comunque stabilire una buona pratica nel campo del fotogiornalismo, contribuendo a promuovere il lavoro dei professionisti dell’immagine.